
Si è tenuto il 3 ottobre il Convegno "L'auto futura: piccola, utile, efficiente", organizzato dagli Amici della Terra e da Isat, Istituto per le scelte ambientali e tecnologiche. Il Convegno è stato anche un'occasione per riunire diversi rappresentanti di interesse nella partita sulla Direttiva Europea per la CO2 delle auto, aprendo un dibattito sull'incapacità cronica del sistema Italia di "fare squadra" anche quando gli interessi della società, dell'industria e dell'ambiente, in una parola, del Paese, coincidono. Grandi assenti al dibattito: i partiti e il Governo Italiano
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COMUNICATO STAMPA
A seguito della relazione di Andrea Molocchi che ha illustrato il rapporto Isat sulla proposta di regolamento europeo per la riduzione delle emissioni di CO2 delle auto "Contenuti, analisi e proposte per una posizione Italiana", il giornalista Mauro Coppini ha moderato una tavola rotonda a cui hanno partecipato Guido Sacconi, rapporteur al Comitato Ambiente del Parlamento Europeo, Guido Rossignoli, Direttore Generale dell'Anfia, Raffaele Caracciolo, Adiconsum, Giuseppe D'Ercole, Tavolo per la Mobilità Urbana Sostenibile, Corrado Clini, Direttore generale del Ministero dell'Ambiente e Rosa Filippini, Presidente degli Amici della Terra.

Rosa Filippini, riferendosi all'intervento dell'Amministratore delegato della Fiat nella recente assemblea pubblica dell'Anfia, ha sostenuto:
"Marchionne ha ragione nell'analisi: l'impianto del nuovo regolamento europeo sulla CO2 delle auto, con i suoi obiettivi differenziati in base al peso delle auto, è punitivo per le auto più piccole e leggere e per i costruttori, come la Fiat, che hanno rispettato gli obiettivi dell'accordo volontario, raggungendo già oggi la media di 140 g/Km di CO2 emessa. Ma non nelle conclusioni. Il regolamento Europeo non è un “grande bluff”, ma un passo indispensabile per la riduzione delle emissioni di CO2 nel settore del trasporto auto che incide in modo crescente nei consumi di energia primaria dei paesi avanzati. Inoltre, con una politica ambientale più ambiziosa, l'Italia potrebbe ancora ottenere una minore differenziazione degli obiettivi per peso dei veicoli (o addirittura l’azzeramento); una piena applicazione del commercio dei certificati di emissione fra produttori; l’introduzione di strumenti per la mobilità sostenibile (attraverso misure fiscali e di incentivazione) e per la responsabilizzazione dei consumatori e del marketing (attraverso eco-etichette sui consumi).
E' quanto gli Amici della Terra sostengono fin dall'inizio della trattativa Europea. Da quando cioè, in tempi utili, sarebbe stato possibile ottenere un impianto diverso, più equo e più utile al raggiungimento di obiettivi significativi nella lotta contro il cambiamento climatico e meno oneroso per l'industria. Come accade quasi sempre, però, il nostro paese non sa “fare squadra” nemmeno quando gli interessi dell'industria, della società e dell'ambiente, possono coincidere come in questo caso.
Infatti, fino a qualche giorno fa, sia nel Parlamento Europeo che nella Commissione, gli emendamenti presentati o i tentativi di mediazione e di accordo perseguiti dall'Italia e dalla sua lobby industriale sono stati solo quelli che tendevano a rinviare o a rendere meno stringenti le misure di riduzione. Né più né meno che quelli sostenuti dai produttori nord-europei di fascia alta che, però, avevano già incassato una differenziazione di obiettivi a loro favorevole. Gli appelli degli Amici della Terra, sostenuti dalle associazioni italiane ambientaliste, consumeriste e sindacali, ad una piena applicazione del principio “chi inquina paga”, sono rimasti inascoltati.
Insomma, al di là della retorica, Governo e industria non hanno avuto il coraggio di “fare squadra” con l'Italia promuovendo una propria iniziativa ambientale. Sono, invece, rimasti alle spalle dell’industria tedesca e si son trovati, ancora una volta, a subire le decisioni Europee.
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